Strage ThyssenKrupp
Muore la madre dell’unico superstite

– Ma la strage della ThyssenKrupp sembra essere accompagnata da sempre nuovi lutti. È morta infatti anche la madre dell’unico operaio sopravvissuto al rogo dell’acciaieria , Antonio Boccuzzi, la cui foto con la fronte bruciata ha fatto il giro del mondo.È un dolore che si aggiunge ad altro dolore quello che circonda il tragico incidente dell’acciaieria torinese.
«È un dolore senza fine, speriamo che il 2008 ci aiuti a tirare su la testa», commenta sconsolato Ciro Argentino, delegato Fiom della ThyssenKrupp. La madre di Boccuzzi, era malata da tempo, ma la sua morte proprio in questo momento ha sconvolto Boccuzzi. «Come sta? È facile immaginarlo – dice il suo collega di lavoro – lui era molto legato alla madre».

03 gennaio 2008 – Corsera

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annamariaortese1rapallomaggio1Un’altra domanda, ingenua, se permette: crede ancora in qualche cosa?

Naturalmente. Credo in tutto ciò che non vedo, e credo poco in quello che vedo. Per fare un esempio: credo che la terra sia abitata, anche adesso, in modo invisibile. Credo negli spiriti dei boschi, delle montagne, dei deserti, forse in piccoli demoni gentili (tutta la Natura è molto gentile). Credo anche nei morti che non sono più morti (la morte è del giorno solare). Credo nelle apparizioni. Credo nelle piante che sognano e si raccomandano di conservare loro la pioggia. Nelle farfalle che ci osservano, improvvisando, quando occorra, magnifici occhi sulle ali. Credo nel saluto degli uccelli, che sono anime felici, e si sentono all’alba sopra le case… In tutto credo, come i bambini. In una sola cosa non credo: nell’uomo e nella donna, che esistano ancora. Posso sbagliarmi, ma essi mi sembrano ormai luoghi comuni, simulacri di antichi modelli, canne vuote, dove, nelle notti d’inverno, fischia ancora, piegandole, il vento dell’intelligenza, che li sedusse e distrusse.

A questo punto si può concludere, e mi dispiace, che lei non è più a sinistra?

Ma no! Sono ancora e più grandemente a sinistra: ma dell’Antenato e del Bambino, intendendo per Bambini tutti i perduti alla crescita e all’intelligenza. Sono anzi all’estrema sinistra di tutti i caduti sotto i colpi dell’intelligenza. Sogno la resurrezione dei Padri morti, di tutti i morti nell’ingiustizia. Penso talora, è strano, anche a Laika, la cagnetta che fu mandata, dicono, nello Spazio Esterno (definizione di Milton per gli abissi senza speranza che circondano l’Universo), e che forse avrà chiamato infinitamente gli umani. Vorrei gridare: Laika! Siamo qui! Ti amiamo! Torna indietro, Laika! Sì, sono questi i miei sogni: la resurrezione, il ritorno di tutti i morti nell’ingiustizia. Già la morte è ingiustizia. Ma l’ingiustizia, talora, come per Laika, è più ingiusta di ogni altra cosa ingiusta. È del tutto il segno della disgrazia di Adamo, dice l’orrore della intelligenza di cui si è fidato. Dice che non bisognerebbe più fidarsi di questa guida. Tornare indietro!

Laika! Ormai è morta! Svanita tra le stelle, e per sempre.

Ma non per me.

Spiriti! Folletti! Spiriti di Padri morti, di Bambini perduti, di piante che sognano, di farfalle che ci guardano! Di anime all’alba (gli Uccelli) che ci salutano cantando… È questa, dunque, la sua patria?

Sì, è questa.

Stiamo per chiudere, mi perdoni se è solo curiosità. Ma cosa le fa pensare che la Natura (figlia della Ragione, no?) sia viva quanto l’Intelligenza?

Di più! Di più! Perché l’Intelligenza non ci guarda, non ci interroga, la Natura ci interroga continuamente. La Natura ha occhi! Chi non ha mai guardato negli occhi di un figlio o di una figlia della Natura, non ha mai visto nulla di divino – per significare benevolenza, pace – per quanti possano essere gli altari a cui si sarà inginocchiato.

Allude, penso, al suo incontro con la Tartarughina?

Appunto. Mi aiuta, dove sono – come sono -, mi aiuta anche il ricordo della Tartarughina del Levante, una sera di dicembre freddo, dietro un’oscura vetrina. Sì, guardava me, proprio me! Alzò i suoi occhi su quella triste distanza. Penso sempre di tornare là, appoggiare la faccia sulla oscura vetrina, parlarle. È lì la mia patria.

Mi sorprende questa parola, pronunciata così seriamente, appassionatamente. Lei ama… amerebbe ancora, dunque, ciò che si dice… patria?

Naturalmente! Anzi, naturellement! (patria è parola francese). Ma la mia idea di patria è modesta. Amo ciò che è piccolo, amo le cose e creature infinitamente piccole, mute, che ci guardano con coraggio. Esse si appellano a noi dal fondo della loro tristezza e innocenza… ecco la mia idea di patria: lo sguardo mite e interrogante della Tartarughina del Levante, lo sguardo calmo degli Ultimi. Ho lì la mia casa, i miei inni, le memorie, le fiammanti e lacere – per tutti i venti dell’inverno – care Bandiere.

La conversazione è finita. Riprenderemo fra altri anni? Forse ascolterò, coi lettori, parole meno severe sulla intelligenza?

Non da me. Non da luoghi di esilio.

1989

Nuova immagine (1)Anna Maria Ortese: Corpo celeste, Adelphi, Milano 1997,  pp. 159, Lire 15.000

 

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In memoria di Nonna Raffaella
(1885 – 31 dicembre 1924

margherita

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Strage di Torino
Giuseppe Demasi non ce l’ha fatta, era l’unico sopravvissuto alla strage del 6 dicembre
Thyssen, morto anche il settimo operaio

<B>Thyssen, la tragedia del rogo<br>morto anche il settimo operaio</B>

TORINO – E’ morto Giuseppe Demasi, 26 anni, il settimo operaio ustionato nell’incendio del 6 dicembre alla Thyssenkrupp di Torino. Il ragazzo era l’unico rimasto in vita dopo la tragedia. Nell’incendio era morto sul colpo Antonio Schiavone, poi nelle settimane successive si sono verificate le altre morti. Demasi era stato sottoposto a tre interventi chirurgici, ma nei giorni scorsi le sue condizioni si erano aggravate.

Proprio venerdì gli operaio dell’acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà per il loro compagno che stava lottando fra la vita e la morte e per ricordare le altre sei vittime: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo e Rosario Rodinò.

Tra i manifestanti c’erano anche i familiari dello stesso Giuseppe Demasi, il padre Calogero e la sorella Laura, oltre allo zio di Rosario Rodinò, Carlo Cascino, e il padre di Bruno Santino, Antonio. "Giuseppe Demasi si deve salvare per raccontarci quello che è successo, facciamo tutti il tifo per lui", aveva urlato Antonio Santino. Davanti al Cto i manifestanti avevano poi osservato un minuto di silenzio e applaudito a lungo in segno di incoraggiamento per Demasi. Ma il cuore del ragazzo non ha retto. E’ morto oggi poco dopo le 13,30

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Come eravamo (1)

Gino Scartaghiande
Sonetti d’amore per King Kong

É immobile

La polvere si è accumulata.
Una mano sottomessa all’osso
e alle intemperie. Non farmi
male se vieni ad amarmi
stanotte.
Quello sfumare di colori
nel rettangolo di cielo
alla finestra. Il rosso
vicino quanto la stella.
Ma se davvero, come dici,
il pesco fiorisce nei
tuoi inverni, allora
penetrami più forte che puoi.
La notte d’antenne.

Primo notiziario da ieri mattina

Quale la tua ora dove
dormi? Hai ricordi di spazi?
Quest’ora questo spazio
ti presagisce come suo signore.
Caro mostro ristretto
al più ampio. Incamminati
insieme verso l’anfora
che gli universi serrano
nel loro fondo blu.
A portare il miele
raccolto tra una stella e l’altra.
Io sarò per te la più
avventurosa prostituta.
In verità già ieri mattina
la mia casa sorrideva
d’universi bambini. Ma quale
la tua ora dove dormi? Hai
ricordi di spazi?

Il mostro semantico; appunti

Solo per te le parole salgono
dal bianco al bianco. Non è
stato tralasciato nulla.
Nemmeno il tuo pianto
di mostro; sei triste stasera,
sai cosa significa?
Questa prima erba che
ti spunta sulle palpebre.
Ci sono vari gradi d’oscurità
e mi culli tra un pianeta e l’altro.

Che almeno

Aiuta le parole ad andarsene.
Senso. Non senso.
Ma non è proprio vero. É
una questione disinteressante.
É la coercizione di duemila
anni di letteratura. Ma
non è proprio che
le cose mai pensate si
mettessero a tremare così
è successo che almeno
si incomincia a balbettare
dopo il silenzio delle parole
e il male atroce fattoci
sempre a proposito di quei sensi
perché la parola guerra
ha fucili che uccidono
davvero e anche
Aiuta le parole ad andarsene.

Appena all’inizio

Cara sconoscenza caro essere
disvitale caro disamore
plasmi tutta la materia di cui
sono fatto. Caro Kong mio re
e mio suddito. Caro possesso
dove ci si disperde. É appena
l’inizio di un tempo altro.

I due tempi della poesia

Vedi le rose fiorire.
Rubale. Sali sui muri
e rubale.
Verso i nove anni
in un boschetto di
gelsomini masturbavi
ragazzi. Immagini
del sesso. Cronistoria
di un sarcofago
trasportato da Parigi
a Catania. Vincenzino
si masturba nella
tomba e tu cogli
rose, rosa casta diva
come la spina e il
petalo benvenuta sia
la materia dialettica.

Paragrafo

Vorranno assassinarci.
Ma non ci prenderanno.
Abbiamo lasciato i pianeti
da tempo. Sono ciechi.
Mio caro e schifoso
amore vogliamo ora
in un estremo atto d’
indifferenza lasciare
ad essi la vita
con tutte le sue unghie.

Perché l’ultimo?

Che cosa rotta. Spezzata la creta.
Ne avremo cura un’altra volta,
badate a che il primo violino
non ci sfugga. Un soffio tra
la guancia e l’occipitale.
Tutti gli universi non possono
bastare. Questo è assiomatico.
Ricreare è la nostra condanna.
Ed è l’ultimo dei sonetti d’amore.

Il nome

I.

Frantumazione di cristallo assorbita dal
corpo, schegge, relitti, aspre punte di vetro
inseguenti il loro metabolismo dentro le
braccia. Ancora disteso sul letto, con lo
spavento che incomincia a precipitare dalle
fenditure, dai vuoti delle finestre. Il nero
oleoso, impossibilmente denso, invade la stanza.
M’invade, copre tutto, assorbe tutto. Congloba
tutto. Tutto in effetti già conglobato da sempre.

Se la stanza, la tua stanza, non è più. Non è
mai stata; se non lo stesso nero universo
oleoso; ondulante. Mare che volge e rivolge
la sua sabbia nera: granellini coinvolti
nelle miriadi di combinazioni.

Ora sai bene, lo sai per certezza: il mare
d’acqua azzurra non esiste, non esiste il
cielo azzurro, non esistono le pareti azzurre
della tua stanza e nemmeno i vetri, i frantumi
di vetro e le finestre.

L’esistenza non ha di queste topografie.
L’esistenza è oltre lo schermo di una
stella che brilla, oltre il polarizzante
cerchio d’oro del sole. L’esistenza non
è dedita allo sfruttamento della morte.

Coltiva questa frantumazione vetrosa
all’interno di te. Frantuma i milioni
di finestre divisorie, lascia che lo sfaldamento
prenda luogo dove entra l’esistenza.

So di certo chi sei, chi sono. L’asfalto
grigio della strada. Il tuo sangue sull’
asfalto penetratomi sin d’allora. E so
che altre strade dovrò ancora assorbire,
altro vetro frantumare, prima di poter
pronunciare il tuo nome, che sarà anche mio
e infine nostro. Ti chiamerò Rosa Luxemburg.
Mi darai il  nome.

Ti chiamerò mentre ti uccideranno. Sarà
come ricevere una tua lettera d’amore.
Dovrò meritarla. Ora ancora no.

I gradini scorrono lontano, fuggono come
tastiere di pianoforte, fuggono in tutte le
direzioni. Non so se muovermi coi piedi o se
affidarmi all’ascolto. Ma devo assolutamente
trovare il punto ove tutti i gradini e
tutte le voci confluiscono. Un foglio
trasportato dal vento, un grido d’aiuto
basterà?

Ora. Sono pronto a barattare ogni cosa
per questo incontro. E vedo talmente bene
il nero che cola sui gradini. Anche dagli
occhi, anche gli occhi che vedono colano
nero, come assassini che complottano,
che attentano.

Sono pronto. Ma non ancora in stato di
grazia.  Cara Rosa, oggi è stata una
giornata piovosa, ma stasera il cielo
era sgombro e c’erano le stelle.
Sento di svegliarmi, non so ancora
dove. Con ostinata certezza percorro
tutte le ferrovie della terra.

Morire è un lusso che non possiamo permettere
né alla fantasia né alla pratica quotidiana.
E soprattutto a quest’ora di notte, nella strada
così nera e deserta, col silenzio gravido
che vorrebbe scoppiare in fragorosa giornata
d’estate, con bagnanti al mare e bambini
che giocano, mare che volge e rivolge
la sua sabbia nera: granellini neri
coinvolti nelle miriadi di combinazioni.
Ora sai bene, lo sai per certezza:
il mare d’acqua azzurra non esiste.

Il ritardo assunse toni fatali. Erano
esattamente 5 giorni d’assoluto silenzio.
Muti io e lei. Neri e muti. Da 5 giorni
seduti al tavolino del bar, bevendo un caffè
che non finiva mai, 5 giorni oscuri come 10
notti. Vestiti di una pesante e appiccicosa
calzamaglia nera, sentimmo il turbamento
di una rondine su di un umido filo di
telegrafo, prima di partire, in autunno,
giornata piovosa, quasi sera. E un’altra
rondine sul filo opposto.

Se ora ricominciassi dagli occhi. Permettetemi
di dirvi questo: grappoli di pipistrelli
maturavano assiepati sui miei occhi,
poi gonfiavano sonnolenti e scorrevano
giù a formare pozzanghere.

Erano già 5 giorni. Le pozzanghere
aspiravano a diventare mare. Rosa divaricò le
cosce e pisciò per molto tempo. Si sa che
il pianto è cosa diversa. Ma io non ho mai
più visto nessuno pisciare tanto e così bene
e per così lungo tempo. E permettetemi di
dire anche questo: l’amore che ho per Rosa
non è diverso da quello che ho per i poeti.

1) continua

Gino Scartaghiande: "Sonetti d’amore per King Kong", Prefazione di Renzo Paris,  Cooperativa Scrittori, Roma 1977, pp. 112, Lire 2.500

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Non ci sono più i preti di una volta…

«Minacciava i giovani e prometteva favori tramite gli amici politici»

ROMA — Li avrebbe spogliati, palpeggiati, baciati. Li avrebbe costretti ad avere rapporti sessuali. Giochi erotici che don Gelmini avrebbe organizzato all’interno della comunità Incontro di Amelia. Vittime, i ragazzi che cercavano di uscire dal tunnel della tossicodipendenza. E lo avrebbe fatto, come sottolinea il pubblico ministero nel capo d’imputazione, «minacciando di avvalersi della sua autorità e della conoscenza di numerosi personaggi politici influenti e promettendo favori tramite dette conoscenze ».

Nella «rete» di don Pierino, così come viene individuata dall’accusa, ci sono anche i collaboratori più stretti. Quelli che avrebbero tentato di convincere, in cambio di soldi e di una promessa di lavoro, uno dei giovani a ritrattare. Il prezzo del silenzio sarebbe stato diviso in più rate da 500 euro. In un caso il denaro sarebbe stato consegnato attraverso un bonifico online.

Le richieste sessuali
Sono nove i ragazzi che avrebbero subito la violenza, due erano minorenni. Uno di loro sarebbe stato costretto «fino a tutto il mese di ottobre 2007» e cioè quando il sacerdote era già stato interrogato e dunque sapeva di essere sotto inchiesta. Nel provvedimento il magistrato descrive nei particolari le presunte
avances di don Gelmini. E poi aggiunge: «L’indagato li induceva a soddisfare le proprie richieste sessuali commettendo il fatto nella comunità Incontro di Amelia di cui era responsabile e tenuto, come pubblico ufficiale o comunque incaricato di pubblico servizio, alla cura, vigilanza, educazione e custodia di soggetti in stato di tossicodipendenza, abusando delle condizioni di inferiorità psico-fisica derivanti da tale stato». Contesta poi l’aggravante «per aver approfittato di circostanze di tempo, di luogo e di persone tali da ostacolare la pubblica e privata difesa, con abuso di poteri e con violazione dei doveri inerenti la pubblica funzione o il pubblico servizio e alla qualità di ministro di un culto e con abuso di autorità e di relazioni domestiche o di coabitazione o di ospitalità». Il primo a rivelare che cosa sarebbe avvenuto nella struttura di recupero è stato Michele Iacobbe, 34 anni. La sua de nuncia fu archiviata nel 2002, ma lui non si è arreso. L’ha ripresentata quattro anni dopo e così ha determinato l’apertura di una nuova indagine. Dice di aver cominciato a subire violenza nel 1999 quando, come sottolinea il magistrato nel provvedimento, «era sottoposto a detenzione domiciliare presso la comunità e quindi privato della libertà personale ».
Dopo di lui, altri si sono fatti coraggio e hanno parlato. M.L., anche lui ai domiciliari, ha descritto che cosa avveniva quando il sacerdote lo chiamava nella sua stanza. La maggior parte ha messo a verbale fatti che sarebbero avvenuti tra il 2003 e il 2004. Come D.G., entrato in comunità per decisione del tribunale dei minori di Perugia che gli aveva concesso «l’affidamento in prova». Don Gelmini avrebbe cominciato a manifestargli le sue attenzioni particolari quando aveva 19 anni. La stessa età di M.S. che ha raccontato di aver subito «per almeno quindici volte e fino all’ottobre scorso».

L’inquinamento delle prove
Violenze, ma anche tentativi di depistare le indagini sono descritti nel provvedimento del pubblico ministero. La «rete» si sarebbe attivata alla fine dello scorso anno. Patrizia Guarino, madre di una delle presunte vittime, G.P., «dopo aver saputo le accuse mosse da suo figlio durante l’interrogatorio del 15 novembre 2006 presso la squadra mobile, comunicava le circostanze a Pierluigi La Rocca che lo comunicava a don Gelmini, aiutandolo a eludere le investigazioni». La Rocca è uno dei collaboratori più stretti del fondatore di Incontro. Ora è indagato per favoreggiamento, insieme alla donna e ad un altro dipendente della comunità, Giampaolo Nicolasi. Il pubblico ministero ricostruisce nei dettagli quella che definisce «la loro attività illecita »: «Dopo aver appreso da Guarino dell’esistenza di indagini su don Gelmini e dopo vari colloqui telefonici con la stessa Guarino, La Rocca si recava ad Avellino presso l’abitazione della donna e di suo figlio». Le date diventano a questo punto fondamentali. Il viaggio avviene il 24 novembre 2006. «Mediante offerta di lavoro — contesta il magistrato — La Rocca obbligava G.P. a scrivere una lettera, inviata il 29 novembre successivo alla polizia e alla procura della Repubblica di Terni in cui falsamente affermava di aver reso le dichiarazioni del 15 novembre "in evidente stato confusionale e sotto effetto di psicofarmaci", aiutando don Gelmini».

La Rocca e Nicolasi sono anche accusati di aver «indotto con un’offerta di lavoro e somme di denaro che venivano effettivamente corrisposte al G.P. in varie occasioni (il 3 aprile 2007 vaglia online di 500 euro) a ribadire mendacemente al pm il contenuto della lettera e più in generale la falsità delle precedenti accusa a carico di don Gelmini e altre circostanze non veritiere, senza riuscire nell’intento perché il 31 maggio 2007 G.P., sentito come indagato per calunnia nei confronti di don Gelmini, ribadiva le accuse e affermava il carattere non spontaneo e mendace della lettera del 24 novembre 2006».
Il primo giugno scorso, durante l’istruttoria, La Rocca è stato interrogato su questo episodio e ha affermato: «Nel novembre del 2006 ero ad Avellino a casa di questa persona ed effettivamente ho assistito alla redazione della missiva, ma non sono stato io a chiedergli di scriverla ». Ma poi ha ammesso che don Ezio Miceli, amico di don Pierino «ha regalato 5.000 euro alla madre del ragazzo perché ne aveva bisogno».

Fiorenza Sarzanini
28 dicembre 2007 – "Corriere della Sera"

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ANNAAlle 9.30, su Radiotre Rai,
Ad alta voce:
Iaia Forte legge
Il mare non bagna Napoli
di Anna Maria Ortese

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