Qualcosa rimane,
ma cosa?

di Goffredo Fofi
(l'Unità, 21 novembre 2010)

Goffredo Fofi e Giorgio Di Costanzo - Ischia, 9 marzo 2008

È molto facile, nell’Italia di questi anni forse più che in altre epoche, diventare misantropi, in particolare nei confronti di… noi stessi, degli italiani in mezzo ai quali ci siamo mossi, con i quali abbiamo avuto che fare a scontrarci in questi ultimi decenni. È una tentazione da cui difendersi, e i cui contrappesi sono stati per fortuna molti: la presenza, su e giù per lo stivale, di tantissime “persone di buona volontà” che hanno saputo non corrompersi e, nel loro piccolo, fare cose decorose e resistere a quelle idiote o malvagie; e anche nel campo della politica e della cultura, dove mi spiace dirlo soprattutto per la seconda, e penso anzitutto al giornalismo e all’università ben pochi hanno saputo porsi al di sopra del loro “particulare” o delle loro fazioni, e dare esempio di resistenza e di decoro. Il loro limite, il nostro, è stato quello di non reagire abbastanza e di non collegarci tra noi, di credere che bastasse per “salvare l’anima” (che è la cosa fondamentale, diceva un vecchio maestro, Franco Fortini, ma che non la si salva a basso costo; e aggiungeva: “capisca chi può”) essere individualmente e privatamente perbene. Castrati anche noi, e sfiduciati nella politica, nel lavorare insieme per una “polis” responsabile e adulta, all’altezza dei grandi problemi del nostro tempo.

Non si tratta di additare i responsabili, anche perché il loro nome è legione. Si tratta piuttosto, oggi e proprio oggi, di constatare se “qualcosa rimane” e come rimetterci in gioco, come ritrovare nuove strade non solitarie, gratificanti solo per chi ha l’orizzonte corto e pensa solo a sé. Che cosa rimane? Dopo altre bufere e viltà, Silone rispondeva che, a ben vedere, rimaneva solo il Padre Nostro, il rinvio a un’entità e a una morale superiore perché l’uomo da solo non era in grado di farcela; il suo laico amico Chiaromonte gli rispondeva che rimane il ricordo della dignità dell’uomo, di ciò di cui l’uomo è stato capace nei suoi momenti migliori. I vecchi maestri avrebbero molto da insegnarci, se solo volessimo frequentarli, invece di farci ammaliare e corrompere dallo stupido chiasso delle sirene mediatiche, dai cattivi maestri che ci hanno disabituato a pensare, a confrontare, a responsabilizzarci, a volere.

Dopo il berlusconismo, che ha infettato la politica non risparmiando la sinistra, in troppi casi sua complice e battistrada, e fermo restando che la decadenza della politica e il bisogno di politica sono il problema fondamentale del nostro paese, e anzitutto della sua sinistra «felice chi è diverso / essendo egli diverso, / misero [Ma guai a] chi è diverso / essendo egli comune», diceva un poeta [Sandro Penna] (cito a memoria). Ogni giorno o quasi, ai margini della politica e della cultura dominanti e a volte perfino in casi isolati e transitori all’interno della politica, è possibile trovare esili ragioni di speranza, o meglio, di non disperazione. Sulla possibilità di una rinascita convincente della sinistra italiana, non mi pare si possano nutrire al momento grandi speranze, ma il quadro cambia se si passa alla cultura, o meglio alle arti, dove, nonostante tutto, "qualcosa rimane". Nonostante, per esempio, la pletora dei “clientes” (che si sono detti negli anni passati e si dicono ancora “di sinistra”, e ci hanno marciato) e la massa degli sprovveduti male o niente alfabetizzati dalle università, perciò facilmente manipolabili, untuosi e presuntuosi, capita spesso e spessissimo di scoprire romanzi film (non la fiction alla romana) poesie teatro musica fumetti di livello buono e alto, artisti degnissimi che in contesti migliori potrebbero dare ancora di più, ma che è già consolante esistano e operino.

Alla rinfusa, proprio in questi giorni al cinema c’è il film di Martone, a Torino si apre un festival degnissimo. A teatro il bellissimo "Tropici" di Virgilio Sieni, artista appartato e magnifico, un grande, e il recital gaddiano di un sorprendente Gifuni (e tra gli attori della sua leva, come non ricordare il Lo Cascio di "Noi credevamo", e poi, tra cinema e teatro, gli ottimi e solidi Mastandrea, Favino, Timi, la Rohrwacher, eccetera, nonostante i loro non eccelsi registi?). Se la stagione letteraria non è delle migliori, di talenti in giro ce ne sono però molti, senza l’ossessione del successo, che cercano scavano ragionano, che propongono, inventano (e ho letto da poco un vero poeta, il milanese Matteo Campagnoli edito da Casagrande [In una notte fortunata]). Il fumetto, l’illustrazione e il disegno animato hanno due scuole ricchissime di giovanissimi talenti, quella di Urbino e quella bolognese attorno a “Canicola” e alla casa editrice Coconino. Eccetera, eccetera. E tutto in queste settimane di fine 2010. Molto rimane, e molto c’è di nuovo anche se, almeno per ora, non nella politica.

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