Ricordo
Michele Rago
Era esperto di letteratura francese, incontrò il comunismo e il giornalismo, fu collaboratore del Politecnico, del Contemporaneo e redattore dell’Unità. Il Pci era fatto anche di gente come lui, di un tessuto prezioso di idee e di speranze
di Rossana Rossanda
("Il Manifesto", quotidiano comunista,  1 ottobre 2008)

Si è spento due mesi fa un compagno e amico di lunghi anni, Michele Rago. Ha voluto che ne fosse data notizia solo più tardi per fastidio, penso, della valanga di telegrammi, condoglianze e ricordi che precipita a ogni dipartita per il senso di colpa di quelli che restano. Siamo tutti, noi vecchi, così appesantiti dalle vicende del ‘900 e così poco portatori di comunicazioni liete che ci isoliamo invece che tenerci vicini e quando uno di noi se ne va, sappiamo soltanto di essere più soli a condividere una memoria, che difendiamo a voce sempre più bassa. Michele è stato un uomo di grande cultura e un giornalista di quelli che mettono avanti un libro o un autore, antico o nuovo, prima di se stessi. Ma era uno che se ne stava sempre un poco da parte, anche nel pieno dell’attività, per un suo riserbo, per non imporre e imporsi, forse per scetticismo verso l’enfasi e il chiasso che erano la modalità romana della sinistra. Lo ricordo nelle riunioni sempre seduto un po’ indietro, le braccia conserte e la parola breve, dubitosa o incomoda, lontano dalla ricerca di effetti. Così è anche ritratto, se ricordo bene, in un dipinto di Renato Guttuso «La discussione», penso attorno al 1956. Era nato da una famiglia pugliese, presto emigrata a Chicago, presto rientrata a Bari perché il padre lasciava moglie e figli per un’altra donna e non si faceva più vedere.
Mi dicono che questo lo avrebbe segnato: nessuno ti delegittima ad esistere come un genitore che ti rifiuta. In piena miseria, i soli studi regolari che poté fare, appena finita la prima guerra mondiale, furono le elementari. Poi dovette lavorare per aiutare madre e fratelli, rubando per sé ore e notti di studio, aiutato da un bravo prete e dalla scoperta della biblioteca pubblica di Bari. Sembrerà strano agli odierni svogliati, ma a quei tempi non c’era dubbio per nessuno che la strada per passare nella vita passava dal sapere e che per sapere bisognava rinunciare innanzitutto a molto del poco tempo per sé che rimaneva dal lavoro salariato. Così Michele, dopo sforzi sui quali non era avvezzo a indugiare, nel 1933 avrebbe potuto superare da solo l’esame di maturità e iscriversi all’università di Roma. Dove avrebbe incontrato Ingrao e Alicata e Lucio Lombardo Radice, insomma i comunisti. Avrebbe fatto parte di quel gruppo fino al 1942, quando, vinto un concorso di bibliotecario, dovette prendere il posto alla biblioteca di Brera a Milano. Ma per breve tempo, perché i bombardamenti alleati e la palese diffidenza dei tedeschi verso la tenuta degli italiani obbligarono a sfollare i libri in tutta fretta. Nel 1943 era di nuovo a Roma durante la liberazione della città e iniziava il lavoro di giornalista all’Ansa, probabilmente per incarico del partito. Lo avrebbe continuato dopo il 25 aprile a Milano, in un foglio «indipendente» finanziato dal Pci, Milano-Sera , che ebbe notevole successo, e poi come redattore de l’Unità . In quel tempo collaborò con il Politecnico di Vittorini, che spalancava orizzonti sconosciuti e le culture che per vent’anni ci erano state precluse dal roboante fascismo. Quella francese gli era la più congeniale. Dobbiamo esserci conosciuti in quell’allegro tumulto, ma l’amicizia cominciò qualche anno dopo; chiamato a Roma per dirigere nel 1948 un altro effimero quotidiano «indipendente» sotto quelle fatali elezioni, e subito defunto dopo di esse, dovette occuparsi della diffusione del libro che il Pci riteneva compito suo e delle federazioni, in un paese così arretrato (di qui probabilmente anche la memoria furibonda della sua egemonia).
Non erano solo i testi classici degli Editori Riuniti, peraltro in Italia prima inesistenti, ma una bella collana economica a un certo punto diretta da un altro colto personaggio, Diemoz – laica e illuminista, che era cominciata con il Trattato della tolleranza di Voltaire e dove apparve il primo e scandaloso libro di Sibilla Aleramo. Nello stesso tempo Rago pubblicava con Bompiani Romanzi Francesi dei secoli XVII e XVIII e diventava corrispondente de l’Unità a Parigi. Nel 1954 vi sbarcavo anch’io cercando Sartre, Georges Friedman, Le Corbusier tutta gente con la quale il Pcf era ai ferri corti. Non ne avevo chiesto il permesso a nessuno in Italia, dove peraltro nessuno me lo avrebbe negato. Caddi dunque dalle nuvole quando, telefonando a Rago, mi chiese con voce calma se avessi preso contatti con il Pcf e dove ero: «No, perché?» e «In albergo». Ahi! ferma là, se non volevo creare un incidente fra i due partiti dovevo parlare prima con qualcuno di autorevole al Boulevard Poissonniers. Conosceva bene Jeanne Modigliani e mi avrebbe fatto avere un appuntamento con Victor Leduc, responsabile della Cultura. Trovai in un bar Jeanne, che non somigliava affatto al quadro del padre, e in seguito avremmo lavorato assieme a sostegno del Fln algerino per un foglio clandestino che sovvenzionava Feltrinelli.
Dopo avermi bene esaminato, Jeanne mi assicurò che potevo parlare con Leduc alle due del pomeriggio; ma arrivandovi dieci minuti prima fui praticamente rovesciata per le scale da qualcuno che si precipitava giù furiosamente infilandosi la giacca. Leduc non voleva o non poteva vedermi. Michele non batté ciglio e cercò Hesvé, allora pezzo grosso dell’Ufficio politico, che mi parve una persona normale (e forse per questa ragione sarebbe stato cacciato poco dopo). Insomma, avuto, per dir così, il timbro sul passaporto, potei catturare i miei intellettuali ed altri e con Michele passammo lunghe sere a discutere sulle rive della Senna. Non c’era ancora il trauma del ’56. Nel quale anche lui dovette inarcarsi come un gatto sotto il temporale, ma come me non lasciò; non eravamo né ingenui né cinici. E sono vicende che legano. Lavorò poi alla Commissione culturale con Alicata e collaborando strettamente al Contemporaneo , il mensile di letteratura diretto da Carlo Salinari, e quando fui a Roma a dirigere quella sezione tentammo, benché la stampa non fosse di mia competenza, un totale restyling della rivista, manifestamente ispirato al primo Politecnico – fogli grandi, tipo quotidiano e aria nuova. Lo dirigeva Michele e a me parve bellissimo. Ma come tutto quello che feci in quella carica, non dovette piacere a molti altri; qualcuno si sentì più escluso che liberato, perché nel controllo del partito, di cui io non volevo sapere, c’è il calore e la repulsione di una famiglia oppressiva ma che hai dietro di te. Insomma, l’incarico gli fu tolto con qualche pretesto amministrativo e cominciava una lotta politica nella quale io sarei stata esclusa da ogni incarico e più tardi anche Michele. Non so in quale circostanza; certo non fece scene e si ritirò all’Università, a Lecce, a Salerno, a Siena. Diversamente da Ninetta Zandegiacomi, non fu con noi a fondare il manifesto . Si trovava ormai fuori, università e collaborazioni letterarie a l’Unità , e forse era stato preso da una certa stanchezza e scetticismo. Nel 1972 una sua recensione de Il contesto di Sciascia suscitò i furori di Colajanni, Macaluso e Guttuso, gli venne impedito di replicare e lasciò sia l’Unit à sia il partito. Sarebbe rimasto a insegnare lingua e letteratura francese e avrebbe pubblicato traduzioni e introduzioni in Italia e in Francia di Céline, Diderot, L’abate Galiani, Rousseau, Flaubert. Finché la vista glielo avesse permesso.
Lo vidi l’ultima volta al funerale della figlia di Luigi Pintor, Roberta, sul piazzale di San Lorenzo al Verano e gli andai incontro: «Chi sei?», mi chiese gentilmente. Non vedeva più. Si dicono tante cose nel bene e nel male dei partiti, ma ce n’è stato uno, che non era come gli altri, il Partito comunista, fatto di gente come Michele, fedele per una vita, che nulla chiesero e nulla ebbero se non un’idea o una speranza che impedì a lungo all’Italia di diventare la mucillagine di adesso. Un partito che non era né una struttura né una burocrazia, ma il convergere di molte vite, un tessuto fitto e di fili spesso preziosi, del quale gli attuali Ds non hanno né memoria né idea. Michele è stato uno di essi.
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